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Thoughts on "Simon Domenico Migliorini: la rivoluzione silenziosa e appassionata del teatro"
elesa91
10 ago
Tempo di lettura: 11 min
L’esistenza del Festival Internazionale Teatro Romano Volterra la si deve proprio al suo ideatore e Direttore Artistico Simon Domenico Migliorini, dove quest’ultimo ogni anno mostra un cartellone dal carattere deciso, intriso di elementi performativi dai richiami internazionali che dal 2003 accompagna le estati di Volterra.
Allievo di Giorgio Albertazzi, Migliorini ha esordito al cinema con il film di Ermanno OlmiCammina, Cammina e ha esteso la sua esperienza artistica fino a collaborare con grandi interpreti nazionali e internazionali come Roberto Herlitzka e Alan Rickman.
Ma la sua fervida sperimentazione si spinge verso la regia nei contesti europei, come il Théâtre Le Chien Qui Fume ad Avignone fino a toccare le corde musicali con Franco Battiato e l’interpretazione poetica di Mauro Luzi, creando infine un connubio perfetto tra prosa e lirica insieme alla cantante soprano Patrizia Ciofi. Durante il suo viaggio artistico ha incontrato Dante, Oscar Wilde, il teatrodanza di Lindsay Kemp e la drammaturgia contemporanea di Alma Daddario alla scoperta di uno sperimentalismo internazionale in perfetta armonia con altri scenari artistici.
Docente all’Università di Firenze per l’insegnamento di Management Culturale, Migliorini è il creatore del Premio Ombre della Sera (intitolazione che rimanda alla statuetta votiva etrusca conservata al Museo Guarnacci di Volterra) e del progetto di marketing territoriale Gens Caecina, una rassegna di teatro e di arte performativa che si tiene al Parco Archeologico di San Vincenzino a Cecina, in provincia di Livorno. The last but not the least, nel 2025 ottiene il Premio Franco Cuomo International Award al Teatro per lo spettacolo Una notte di Casanova, premiazione avvenuta presso il Senato della Repubblica.
La sua visione teatrale è estesa non solo a far conoscere il territorio di Volterra con le sue radici, ma porge un occhio attento verso realtà e culture internazionali, abbracciando tutte le componenti artistiche contemporanee come segnale di una grande e vasta apertura mentale dovuta alla sua rilevante conoscenza artistica.
La sua padronanza nel ramo culturale mi porta inevitabilmente a porgere a Migliorini qualche curiosità e approfondimenti sulla sua carriera e lui ha ben soddisfatto il mio interesse.
Considerando il programma del Festival di quest’anno, tra teatro contemporaneo, classico, danza, presentazioni di libri e lo spettacolo come Prima internazionale "Waiting for Godot" di Beckett, qual è il filo narrativo che lega tutta questa espressività e quanta internazionalità ha conquistato il Festival in questi ventiquattro anni?
Il Festival ha manifestato una chiara vocazione internazionale fin dalla sua fondazione: abbiamo sempre ospitato spettacoli in lingua originale e compagnie straniere. Basti pensare a Irina Brook, che fu una delle prime a portare nelle primissime edizioni del Festival, una meravigliosa versione de Sogno di una notte di mezza estate. Da lì ci siamo aperti al teatro tedesco, a quello inglese e abbiamo accolto anche compagnie sudamericane che sempre più spesso chiedono di poter partecipare. Il fascino indiscusso dello scenario e la sua naturale autorevolezza fanno sì che molti artisti, da ogni parte del mondo, si propongano per esibirsi qui. Naturalmente, le nostre scelte devono poi fare i conti con le necessità logistiche e le disponibilità economiche. Un momento fondamentale per la nostra popolarità internazionale è stata la presenza di Alan Rickman, che prima di allora non si era mai esibito in Italia. Ospitare un simile divo del cinema e del teatro mondiale ha consolidato la nostra vocazione che negli anni si è riaffermata con regolarità. Considerando che Volterra è una città a forte attrattiva turistica, mi è sempre sembrato doveroso e lungimirante proporre un'offerta culturale adatta anche al pubblico straniero.
Per quanto riguarda il filo narrativo, trattandosi di un sito archeologico, ho sempre ritenuto necessario rispettarne lo scenario e l'eredità storica. Per questo motivo, le programmazioni hanno sempre mantenuto una coerenza con il luogo, esplorando il mito, la classicità e il teatro antico attraverso svariate reinterpretazioni, anche contemporanee. Se non avessimo fatto questa scelta, ci saremmo limitati a proporre solo allestimenti prettamente filologici, che comunque non mancano nel nostro cartellone. Tuttavia, ho voluto creare anche uno spazio "laboratoriale", offrendo a compagnie votate alla sperimentazione, la possibilità di riscoprire e indagare la poetica antica. Il mito, del resto, non muore mai: è ormai parte integrante del nostro DNA. Viverlo in un luogo di tale magia credo possa scatenare una suggestione potente, invitando il pubblico a riscoprirne il senso profondo. Nel corso degli anni c'è stata un'evoluzione: se all'inizio la programmazione era incentrata molto sul mito classico, oggi ci siamo aperti a una pluralità di generi. Non esiste una separazione netta tra un mito contemporaneo, come Aspettando Godot, e uno antico, come Medea. Anche figure come Casanova sono diventate veri e propri miti! Fanno tutti parte di una medesima famiglia culturale, stratificatasi nel corso dei millenni. Quest'anno, a causa dell'inagibilità temporanea del teatro vero e proprio (del Teatro Romano di Volterra, n.d.r), ci sposteremo nell'area delle Terme Romane, situate alle sue spalle, utilizzando l'anfiteatro come una magnifica scenografia di fondo. Pur essendo altrettanto suggestivo, le Terme Romane sono meno vincolanti rispetto alla monumentalità del teatro e mi ha permesso di spaziare ulteriormente con i generi. Oltre a Beckett, avevamo previsto uno spettacolo su Marilyn Monroe, che purtroppo è stato annullato all'ultimo momento, ma ci sarà una rappresentazione dedicata a Pinocchio, un omaggio doveroso ai duecento anni dalla nascita di Collodi, un anniversario particolarmente sentito in Toscana. Inoltre, ospiteremo un concerto eseguito da una compagnia francese specializzata in musica barocca. Ho pensato che, invece di proporre i soliti brani popolari o le cover per attirare il pubblico, fosse una scelta originale presentare in Toscana un repertorio di musica antica e poco eseguita, scritta da autori toscani dell'epoca e legata storicamente alla corte medicea. Mi lascio guidare da proposte che stimolano la fantasia, con l'intento di offrire agli spettatori un arricchimento culturale fuori dal circuito mainstream.
Nel 2003 lei ha fondato il Festival e nel tempo ha ottenuto diversi riconoscimenti istituzionali. Si era prefissato un obiettivo: “Credere che un Teatro Romano, per restare vivo, debba continuare a parlare di chi lo ha abitato duemila anni fa e chi lo abita oggi”. Quindi, le finalità del progetto possono considerarsi raggiunte?
Se non ne fossi convinto, non saremmo qui: purtroppo, dal 2003, ogni anno ci ritroviamo a dover lottare come se fosse la prima edizione. È una fatica enorme e genera anche un certo senso di frustrazione. Quest'anno celebriamo il cinquantesimo anniversario della morte di Enrico Fiumi, lo storico e archeologo che negli anni Cinquanta scoprì questo teatro. Gli scavi si sono conclusi definitivamente tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta, quindi parliamo di un recupero relativamente recente. Fiumi, che per Volterra e per l'intera regione è stato una figura di riferimento, scrisse nei suoi diari: "Rendiamo vivo questo teatro con spettacoli, manifestazioni, convegni; l'interesse turistico per questa città subirà un'impennata e i nostri figli ce ne saranno grati". Nel 2003 ho raccolto quell'eredità morale e ho iniziato a sperimentare ed è stato il culmine di una gestazione durata ben dieci anni, poiché la nostra proposta di realizzare eventi all'interno del teatro fu accolta con una vera e propria sollevazione popolare. Oggi, nonostante la crescita costante e i riconoscimenti istituzionali e internazionali, ci sentiamo ancora un passo indietro rispetto ad altri festival, magari più nobili e dotati di maggiori risorse economiche. Siamo "poveri ma belli", liberi, indipendenti e possiamo far volare la fantasia e portare l'arte ovunque lo riteniamo opportuno. L'obiettivo principale, in ogni caso, è stato raggiunto: il teatro è tornato a vivere. Ogni anno, quando si accendono le luci, è un'emozione indescrivibile: sembra un gigantesco elefante che, lentamente, si solleva da terra e ricomincia a respirare e camminare. È una suggestione travolgente, poiché su quel palco ho visto piangere di commozione grandi artisti affermati, giovani attrici e ballerine. L'energia di quel luogo è così vibrante da farti dimenticare persino il freddo dovuto all'esposizione a nord dello scavo. È una soddisfazione che riempie il cuore.
Il primo agosto, all’interno del Festival si terrà la XX Edizione del Premio Ombre della sera, da Lei ideato nel 2006. Cosa l’ha spinta a istituire un riconoscimento internazionale così prestigioso?
L'ispirazione nasce innanzitutto dall'oggetto stesso: L'Ombra della Sera è una celeberrima statuetta etrusca, un bronzetto filiforme di rara suggestione e dal fascino quasi androgino. È un'opera così evocativa che lo stesso Alberto Giacometti dichiarò di essersene ispirato per le sue sculture. Ho sempre considerato questa statuetta un simbolo potente, non solo per il teatro ma per l'arte nella sua totalità. Il suo autore è anonimo, eppure la sua bellezza e mistero hanno attraversato i millenni rimanendo intatti. In più, gli Etruschi hanno avuto un ruolo chiave nel traghettare il teatro verso la civiltà romana. Visitando il museo di Volterra (il Museo Etrusco Guarnacci di Volterra, n.d.r.), si nota come la gran parte delle urne etrusche sia decorata con scene teatrali e mitologiche. Il teatro romano si è sviluppato proprio grazie all'influenza etrusca. Non a caso, per annunciare l'ingresso in scena degli attori, l'espressione proverbiale era: "Ecco, arrivano gli Etruschi". Inoltre, pur essendo l'etrusco una lingua ancora in parte misteriosa, ci ha tramandato parole fondamentali: il termine istrio fu ripreso dai Romani in histriones, parola che usiamo ancora oggi: l'istrione è l'attore di talento, il performer. Poi c'è la parola phersu, che indicava la maschera teatrale, da cui deriva direttamente il termine "persona", oggi in uso in quasi tutte le lingue del mondo. Considerando questa profonda identificazione tra gli Etruschi e l'arte scenica, ho pensato che un'opera del genere, antecedente persino alla costruzione del teatro stesso e dotata di una così forte vocazione simbolica, fosse il riconoscimento ideale -e per certi versi più bello di un Premio Oscar- da consegnare all'interno di un sito archeologico che si distingue nelle arti performative. Il tempo mi ha dato ragione: centinaia di artisti sono giunti da tutto il mondo per riceverlo. C'è però un elemento a cui tengo in particolar modo: pur avvalendoci di una giuria estremamente autorevole, storicamente presieduta dal professor Antonucci, - una vera autorità nella critica teatrale e nella drammaturgia- ho sempre preteso che l'assegnazione del premio fosse un atto dettato dal cuore e mai fattori logici ed è questo che lo rende unico. Ricordo un aneddoto legato a Roberto Herlitzka, uno dei primi vincitori: quando lo informammo dell'assegnazione, si trovava in vacanza in Sardegna con la moglie e finì per litigare con lei, perché volle interrompere le ferie a tutti i costi e così prese un traghetto e venne a ritirare il premio di persona. In quel momento ho capito che eravamo sulla strada giusta.
Di se stesso Lei racconta: “Mi piace tutto quello che mi muove qualcosa. Fingo di fingere. Non recito, sono”. Come allievo del Maestro Albertazzi avrà trasformato questo pensiero, facendone insegna della sua esperienza artistica. Secondo lei, è una forma mentis acquisita anche nella recitazione contemporanea?
In alcuni casi sì: il concetto del "fingere di fingere", tanto caro al mio Maestro, non ha nulla a che vedere con il Neorealismo. A mio avviso, il Neorealismo applicato al teatro non funziona: il teatro è un altro linguaggio, tecnicamente parlando, ma è anche fascinazione sul pubblico. Poi chiamarti “attore”: Albertazzi stesso non voleva sentirsi chiamare attore, lo riteneva un po' riduttivo. L'attore non deve abbandonarsi alla pantomima o a una vuota finzione, ma deve saper raccontare se stesso utilizzando le parole di un altro. Personalmente, ho sempre scelto testi e personaggi in cui potermi immedesimare, portando in scena ciò che io stesso sentivo l'urgenza di esprimere. L'artista ha bisogno di rivelarsi, di mettersi a nudo di fronte agli spettatori. Il teatro è, nella sua essenza, un gesto di assoluta generosità e questa apertura richiede un confronto continuo, a volte doloroso, con se stessi. Rispetto profondamente il teatro performativo e d'intrattenimento, che si basa maggiormente sulla tecnica, ma prediligo un teatro d'arte. E rifuggo dalle etichette: definizioni rigide come "teatro antico", "moderno" o "classico" finiscono spesso per intimorire il pubblico che si autoconvince di non essere "abbastanza preparato" per comprenderli. Ma se nell'Antica Grecia i bambini assistevano naturalmente alle rappresentazioni del mito e dell'eroe, perché non possono farlo i nostri spettatori che sono indubbiamente più emancipati? Dobbiamo togliere quella fastidiosa polvere elitaria dalle nostre definizioni se vogliamo riavvicinare davvero le persone al teatro.
Dopo un anno riporta in scena nel Festival Una notte di Casanova, spettacolo con il quale nel 2025 ha vinto il Premio Franco Cuomo. Nella motivazione la Giuria ha definito il suo un teatro “Colto, intenso e multidimensionale”. Si riconosce in questa definizione?
Ringrazio la giuria per questa definizione che mi riempie il cuore. Sì, se "colto" non vuol dire inaccessibile ma anche popolare allo stesso tempo, mi riconosco. In fondo, anche in questo caso specifico di Casanova, era un uomo coltissimo. Ha fatto un testo quasi letterario che ripercorre quasi letteralmente la vita di Casanova, facendone non solo il tombeur de femmes che tutti per cliché conosciamo, ma restituendo l'uomo, che era un intellettuale, un filosofo, un grande scrittore. Uno di grande sensibilità che ha aiutato l'emancipazione femminile, se vogliamo dal punto di vista intellettuale e sessuale, assecondandola in tutti i modi. Imbattendomi in questo testo di Franco Cuomo ho capito che c'era molto di più e quello che mi incuriosisce mi stupisce: le cose che mi stupiscono cerco di assecondarle e se lo stupore arriva a una giuria, mi fa piacere. Il concetto di "colto" non deve essere una cosa che classifica perché a volte ho visto dei ragazzi stare lì a bocca aperta per un'ora e mezzo. Se gli viene detto di andare a vedere " uno spettacolo colto", quelli non vengono. Il problema è semplicemente come lo viene proposto e Io vorrei porlo senza classificazioni, perché altrimenti si crea un pregiudizio e ne parlavo spesso con Albertazzi: dobbiamo togliere la polvere dai piedistalli. Il teatro nasce per offrire bellezza e svago, ma dobbiamo de-intellettualizzarci. Dante, Eschilo, Sofocle erano estremamente popolari. Oggi la gente scappa alla parola "Eschilo": Il pubblico torna a casa stanco dal lavoro e non vuole un vedere mattone elitario. All’estero è diverso, c'è molto più entusiasmo e partecipazione popolare. Noi ci ostiniamo in un intellettualismo che allontana le persone e oggi il pubblico ha una soglia d'attenzione sempre più bassa, bombardato ormai dagli stimoli digitali.
Lei tiene un Podcast su Spotify e nel 2016 al Teatro Persio Flacco per la visione del monologo "Pan…crazio - la libertà di avere paura" di Alma Daddario, gli spettatori indossavano delle cuffie wireless. Secondo Lei, queste modalità multimediali, favoriscono e intensificano l’interesse del pubblico e la visibilità del teatro?
Nel 2016, per il monologo "Pan …crazio - la libertà di avere paura" di Alma Daddario, ho voluto fare un esperimento introducendo l'uso delle cuffie wireless tra gli spettatori. Visto che oggi il pubblico è subisce un bombardamento continuo di stimoli tecnologici e sonori nella vita quotidiana, ho voluto restituire la purezza del suono senza forzature, permettendo all'attore di non dover urlare. L'effetto in sala è stato straordinario e quasi irreale: si è creato un silenzio surreale, nessuno tossiva e la platea è rimasta completamente immobile ad ascoltare tutto lo spettacolo senza la minima distrazione. È stato il primo spettacolo di prosa in Italia a usare questa tecnologia e l'ho poi riproposto con successo anche per alcune letture dantesche in un salone comunale privo di acustica. Questa ricerca di nuove forme di multidimensionalità mi ha spinto a realizzare anche altri esperimenti di contaminazione artistica, come il lavoro tra lirica e prosa fatto insieme al soprano Patrizia Ciofi rileggendo i testi shakespeariani e le partiture musicali oppure l'esperienza internazionale ad Avignone al Théâtre du Chêne Noir, dove abbiamo portato un poema contemporaneo in endecasillabi scritto da Natalia di Bartolo e recitato in italiano.
L’esperienza con il podcasting nasce proprio per avvicinare le persone alla mia visione e interpretazione della poesia, un amore che mi è rimasto fin dai tempi in cui lo proposi a Giorgio Albertazzi. Pubblico regolarmente contenuti, come le tracce sulla lettura dantesca che hanno raggiunto circa diecimila spettatori. Pur avendo intenzione di implementarlo, credo fermamente che il teatro rimanga fondamentalmente analogico poiché è l'unica vera arte analogica rimasta, mentre il podcast resta un canale complementare per far conoscere la mia voce e la mia interpretazione.
Dopo le fatiche del Festival e la meritata pausa estiva, quali sono i suoi progetti futuri?
Vorrei portare il mio Casanova in tournée, magari proprio nei luoghi dove lui è vissuto realmente, ma vi è ancora troppa resistenza al riguardo: alcuni teatri sono frenati dalle logiche del politically correct da un eccesso di cautela. Il prossimo anno poi sarà il venticinquesimo anniversario del Festival e l’obiettivo sarebbe di riuscire a trovare i fondi necessari per un'edizione celebrativa all'altezza della storia di questo evento. Le intenzioni ci sono, ma vediamo dove mi porteranno.
Sentire il Direttore Artistico di un Festival così ambito come quello di Volterra in prima mattinata fa un certo effetto: dimostra la serietà e la modestia di un uomo che ha saputo cogliere la bellezza storica e artistica di un luogo e ne ha fatto un centro culturale di arti performative a livello nazionale e internazionale. Togliere sembra essere la parola chiave della sua filosofia artistica come anche abolire ogni tipo di definizione, soprattutto del concetto elitario e colto del patrimonio culturale, rendendolo senz’altro popolare, come lo intendeva anche Gigi Proietti, ovvero di mettere a disposizione il teatro alla portata di tutti, senza distinzioni di classi o di conoscenze culturali proprie, per ricordarci le fondamenta e le origini costituenti del teatro in tutte le sue forme.
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